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Indici di Borsa: analizziamo il Dow Jones

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Acquisendo una chiara comprensione di come vengono creati gli indici di borsa e di come si differenziano, sarete sulla buona strada per dare un senso ai movimenti quotidiani nel mercato azionario.

Qui analizziamo il principale indice di borsa in modo tale che la prossima volta che sentirete qualcuno fare riferimento alla borsa e ai suoi indici, avrete un’idea migliore di ciò che intendono.

Indici di borsa: Dow Jones

Il Dow Jones Industrial Average (DJIA) è uno degli indici più “anziani”, più conosciuto e più utilizzato al mondo. Comprende le azioni di 30 delle più grandi e più influenti società negli Stati Uniti.

E’ uno dei titoli più significativi negoziati sul New York Stock Exchange (NYSE) e sul NASDAQ. Il DJIA fu inventato da Charles Dow nel 1896. Definito spesso “il Dow”, il DJIA comprende società come General Electric Company, Walt Disney Company, Exxon Mobil Corporation e Microsoft Corporation.

Il DJIA è noto come indice ponderato in base al prezzo. Inizialmente è stato calcolato sommando il prezzo per azione delle azioni di ciascuna società nell’indice e dividendo questa somma in base al numero di società. Sfortunatamente, non è più così semplice da calcolare. Nel corso degli anni, le scissioni di azioni, gli spin-off e altri eventi hanno portato a cambiamenti nel divisore, rendendolo un numero molto piccolo (meno di 0,2).

Il DJIA rappresenta circa un quarto del valore dell’intera borsa degli Stati Uniti, ma una variazione percentuale nel Dow non dovrebbe essere interpretata come un’indicazione precisa che l’intero mercato è sceso dello stesso punto percentuale. Ciò è dovuto alla funzione ponderata in base al prezzo del Dow. Il problema di base è che una variazione di $ 1 nel prezzo di un titolo di $ 120 nell’indice avrà un effetto maggiore sul DJIA di una variazione di $ 1 nel prezzo di un titolo di $ 20, anche se le azioni più costose potrebbero essere cambiate solo 0,8% e l’altro 5%.

Un cambiamento nel Dow rappresenta cambiamenti nelle aspettative degli investitori sui guadagni e sui rischi delle grandi aziende. Poiché l’atteggiamento generale nei confronti delle azioni a larga capitalizzazione spesso differisce dall’atteggiamento nei confronti di titoli a bassa capitalizzazione, titoli internazionali o titoli tecnologici, il Dow non dovrebbe essere utilizzato per rappresentare il sentimento in altre aree del mercato. D’altra parte, poiché il Dow è composto da alcune delle società più note negli Stati Uniti, ampie oscillazioni in questo indice corrispondono generalmente al movimento dell’intero mercato, sebbene non necessariamente sulla stessa scala.

Come si comprano le azioni in borsa?

Se vuoi approfondire leggi anche: Borsa: quotazioni, azioni, titoli. Vi spieghiamo tutto

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Europa, opportunità, disordine: dove vanno i mercati globali?

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Con le notizie e gli eventi 24h su 24 condivisi istantaneamente attraverso i social network, sembra che il mondo sia in un costante stato di disordine. Con Trump che fa dichiarazioni audaci in America, i coreani del Nord che provano le testate nucleari e l’Europa che si affievolisce nell’incertezza della Brexit. In questo articolo vogliamo esaminare come i mercati si stanno comportando e le opportunità a breve termine e a lungo termine per gli investitori.

L’effetto Brexit: In quale modo andrà in Europa?

Dalla votazione sulla Brexit nel 2016 molti paesi europei, tra cui la Germania, la Francia e l’Italia, hanno combattuto disperatamente per unire l’Europa come una forza globale da contrapporre, all’America di Trump e ad un Regno Unito indipendente. Tuttavia, nazioni europee più piccole e più indipendentiste cercano nuovi e particolari rapporti da instaurare proprio con il Regno Unito. Ad esempio, l’Andorra non è attualmente nell’UE ma ha uno status giuridico speciale nell’UE. Il Liechtenstein si trova nello Spazio economico europeo, che fa parte del mercato unico e, sebbene non sia nell’unione doganale dell’UE, applica alcune leggi dell’UE ed è all’interno del mercato europeo. Mentre la richiesta di status speciale dell’Irlanda è stata respinta questo luglio nel Parlamento europeo, ma potrebbe non essere l’ultima, e sarà certamente interessante vedere se altri paesi seguano il caso. 

La grande migrazione bancaria

Nel maggio 2017, i nuovi posti di lavoro disponibili nel settore finanziario di Londra sono diminuiti del 16% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Alcune grandi banche – come Bank of America, Deutsche Bank e altre – hanno già iniziato a spostare migliaia di posti di lavoro fuori dalla Gran Bretagna per prepararsi all’uscita programmata del paese dall’UE. Molti hanno cominciato ad assumere nuovi dipendenti nelle sedi dell’UE o a trasferire alcuni dipendenti da Londra. Inoltre, se l’Europa taglia i rapporti con i mercati finanziari di Londra quando la Gran Bretagna lasciera’ l’UE, i costi probabilmente saliranno per le banche europee e per altre società. Sia l’Europa che la Gran Bretagna potrebbero subire conseguenze, e i mercati dell’Unione europea potrebbero essere considerati meno appetibili se confrontati ad altri mercati globali.

Quindi tutto questo dove porterà gli investitori?

Dopo la votazione di Brexit, le valute europee sono scese a livelli molto bassi che si vedevano da decenni. La sterlina è in negoziazione contro il dollaro a 1,21 all’inizio di quest’anno e l’eurodollaro ha visto i minimi di 1,05 negli ultimi dodici mesi. Tuttavia, per queste valute i rendimenti futuri potrebbero ancora risultare positivi. Se il Primo Ministro inglese May riuscisse a riorganizzare il suo potere per indebolire quello dello zoccolo duro “proBrexit”, la sterlina potrebbe risalire. L’Eurozona, nel frattempo, ha passato di peggio, e ha dimostrato di saper sorpavvivere (vedi: Euro: la crescita dell’eurozona supera le aspettative).

REDAZIONE BORSA DIVERSA

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Catalogna: 10 conseguenze economiche dell’indipendenza

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Gli agenti economici iniziano a scontare gli effetti delle possibili conseguenze di una ipotesi di secessione. Le cifre sono soggette a interpretazione in base agli interessi; con cifre stimate tra il 2% e il 20% del PIL regionale isecondo i differenti scenari di divorzio. D’altra parte, per volume, è la comunità più indebitata in Spagna.

Carles Puigdemont assicura che il governo della Catalogna non ha sul tavolo dichiarare unilateralmente la propria indipendenza dalla Spagna dopo lo 1-0 del referendum. Tuttavia, ha avvertito che dopo la vittoria del “sì” nel referendum illegale, egli ha intenzione di applicare il risultato e aprirà un processo per iniziare a camminare come uno Stato indipendente, il che avrebbe effetti immediati sull’economia catalana e quindi spagnola.

Lo scenario economico che si aprirebbe sarebbe almeno di incertezza, visto che la Catalogna è la comunità autonoma con il più alto prodotto interno lordo (PIL) in Spagna e la più indebitata in termini assoluti. Secondo un esperto di banca ING, la secessione sarebbe peggiore del Brexit, vediamo in 10 punti il perché di questa affermazione.

1- Perdita del PIL

Una rapporto del Credit Suisse rivela che una Catalogna indipendente perderà il 20% del proprio PIL fuori dall’Unione Europea. La Spagna, da parte sua, rimarrebbe senza i 200 miliardi di PIL catalano.

L’euro diventerebbe per la Catalogna un valuta estera, minando le sue esportazioni e riducendo la sua competitività. Sebbene gli indipendentisti insistano che resteranno nell’euro, gli economisti come il francese Vincent Brousseau e François Asselineau assicurano che questo non sia possibile. Quello che potrebbe succedere è che “la Catalogna sia euro-nazionalizzata”, sostengono. Cioè usare l’euro come moneta nazionale, ma senza far parte della zona euro, come succede in Montenegro e in Kosovo. Ciò sarebbe dannoso per le banche perché “si vedrebbero privati dell’accesso al rifinanziamento dell’Eurosistema”. Questi economisti ritengono che una Catalogna indipendente si vedrebbe costretta, a medio termine, a introdurre una moneta nazionale catalana.

2- Fuori dalla BCE e dall’Unione Bancaria

La sconnessione lascerebbe la Catalogna fuori dalla Banca Centrale Europea (BCE), che garantisce la liquidità del sistema bancario dell’UE e fornisce linee di credito che hanno permesso a molte istituzioni finanziarie di sopravvivere alla crisi economica. Le entità domiciliate nel nuovo Stato non sarebbero in grado di accedere a questi aiuti se ne avessero bisogno.

3- Addio ai fondi strutturali

I fondi strutturali e di investimento dell’UE sono destinati alla creazione di posti di lavoro e ad un’economia sostenibile. La Catalogna ha assegnati più di 1.400 milioni di euro da ricevere tra il 2014 e il 2020 che rimarrebbero nell’aria.

La Repubblica catalana rimarrebbe al di fuori del Meccanismo Europeo di Stabilità, creato dal Consiglio europeo nel 2011 in seguito alla crisi per salvaguardare la stabilità finanziaria nella zona euro. Questo meccanismo ha una capacità di credito fino a 500.000 milioni di euro per evitare fallimenti.

4- Previdenza sociale a rischio

Secondo una rapporto del governo, l’ipotetica indipendenza della Catalogna causerebbe un disavanzo di 4.692 milioni di euro nelle pensioni catalane. Il disavanzo della Previdenza Sociale aumenterebbe da 4.692 a 5.506 milioni di euro fino al 2022 in questa situazione ipotetica.

Attualmente, i 1.7 milioni di pensionati in Catalogna ricevono una pensione media di 958 euro, che potrebbe essere ridotta con la secessione diventando dipendenti dal nuovo Stato catalano.

5- Nessuna copertura statale per pagare i servizi pubblici

La secessione lascerebbe la Catalogna senza l’aiuto dello Stato per pagare per i suoi servizi pubblici in caso di mancato rispetto degli obiettivi di deficit e debito.

6- Spread sopra le nubi

La crisi economica ha rivelato la volatilità dei mercati in situazioni di incertezza e insicurezza. L’ipotetica indipendenza della Catalogna porterebbe lo spread a livelli simili a quelli registrati nel 2012, quando raggiungeva i 650 punti.

7- Distruzione di posti di lavoro

Uno studio condotto dalla Societat Civil Catalana stima in 447.000 i posti di lavoro  distrutti, il 16% dell’occupazione, a causa della minore attività economica dovuta al trasferimento delle imprese e il tasso di disoccupazione raggiungerebbe il 34,4%. Durante il secondo trimestre dell’anno, la Catalogna ha perso 78 aziende tra entrate e uscite.

8- Nuove tariffe per il commercio e le esportazioni

Le esportazioni provenienti dalla Catalogna rappresentano il 24,9% delle vendite totali all’estero in Spagna. L’uscita dell’Unione Europea comporterebbe di pagare un costo aggiuntivo sulle tariffe di commercio e esportazioni, che avrebbero anche ripercussioni in Spagna, per il farro di rimanere fuori dalla zona di libero scambio. Ciò renderebbe le esportazioni catalane meno competitive.

9- Impatto sul turismo

La Catalogna è una delle principali mete turistiche della Spagna. Solo lo scorso agosto la Catalogna ha ricevuto 2,6 milioni di visitatori stranieri, essendo questa comunità autonoma la prima destinazione scelta in Spagna e che rappresenta il 24,6% degli arrivi internazionali nel territorio spagnolo. In linea di principio, la secessione non pregiudica il turismo, ma interesserebbe le infrastrutture. Gli aeroporti in Catalogna rimarrebbero senza i fondi e gli aiuti che lo Stato spagnolo destina a queste infrastrutture.

10- Finanziamento di un nuovo Stato

Il giorno successivo, al dichiararsi indipendente, lo Stato catalano dovrà affrontare l’enorme costo di finanziamento degli elementi precedentemente garantiti dallo Stato, come le pensioni o gli aumenti salariali per i funzionari pubblici.

La costante necessità di iniezioni da parte del governo centrale (FLA, FFPP) e la mancata osservanza degli obiettivi di debito e disavanzo hanno trascinato il rating della Catalogna a quello di un titolo spazzatura: Moody’s lo tiene tre passi al di sotto dell’intervallo di investimento, S & P a quattro e Fitch a due. I titoli catalani non hanno alcun mercato, poiché il loro livello di rischio non a domanda. Viene quindi da chiedersi, da dove dovrebbero arrivare i fondi per finanziare il nuovo, per ora teorico, stato indipendente di Catalogna?

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